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L’EPIDEMIA DEL CORONAVIRUS: COME UNA REAZIONE DEL GOLGI

Introduzione

Nel 1873 un italiano, Camillo Golgi, premio Nobel per la  Medicina 1906, riuscì a trovare una reazioni chimica per mettere in luce la struttura del tessuto nervoso. Tale scoperta sorprendente ebbe il nome di “Reazione nera”. Un pezzetto di cervello veniva imbevuto in una soluzione di bicarbonato di potassio e poi di nitrato d’argento. Ecco spuntare, neri su fondo bianco, tutti i corpi cellulari e i loro filamenti, dall’origine alle diramazioni: una rete fittissima prima sconosciuta. Fu l’inizio dello studio dei neuroni.

L’evento epocale del Corona virus mi ha fatto pensare a tale “Reazione nera”.

La reazione nera

La rete neuronale con la reazione di Golgi

Credo che la pandemia stia funzionando come una immensa reazione del Golgi, che mette in luce connessioni sociali del tessuto moderno, prima nascoste o velate. Le fa emergere senza pietà, né possibilità di nascondimento. Evidenzia il flusso della globalizzazione, i suoi centri di potere, i nodi, le interdipendenze e le sfilacciature del sociale mondiale, in tutta la loro drammaticità.

Lo sapevamo anche prima, ma in modo più vago, confuso dal frastuono. Adesso è lì davanti ai nostri occhi, quella rete che ci unisce tutti, fitta e inesorabile, impedendo a chiunque di immaginarsi autonomo. Vediamo che tale rete esiste, al di là di ogni dubbio, e soprattutto ne notiamo con stupore i difetti, come gli scienziati dell’800, che restarono incantati nell’osservare al microscopio gli strappi del tessuto anatomico causato dalle malattie, impregnato nel nero dell’argento.

Così in questo momento storico stiamo guardando l’intreccio socio-economico che la pandemia fa emergere: l’interconnessione mondiale e le sue storture.

Prendono corpo le fragilità di un sistema economico-finanziario che si credeva onnipotente; i buchi di una sanità impreparata e resa fragile dalle nostre cecità; il posizionamento di false priorità; le differenze di classi sociali alcune più tutelate e altre esposte; l’estrema debolezza degli anziani, spinti in retrovia e diventati prima linea dell’attacco; la peccaminosa trascuratezza delle case di riposo sguarnite di personale, dove si relegano individui “inutili” per buone e cattive ragioni; la litigiosità esasperante dei dirigenti; una religiosità prima troppo calata nel rituale e ora più viva nel silenzio; le pretese di alcuni e la rassegnazione di altri; il divario enorme tra essenziale e superfluo; l’insostenibile disequilibrio tra la centralità ospedaliera e la prevenzione territoriale; l’abbandono delle periferie; la gravità del lavoro precario; le differenze culturali tra popoli e assetti politici, ognuno con una sua specifica strategia mal integrata; il deturpamento dell’eco-sistema; la manipolazione genetica fuori controllo; l’informazione resa opaca dai poteri forti. Non per essere pessimista, ma oggi la “Reazione nera” evidenzia soprattutto questo.

E’ curiosa un’associazione: Golgi scoprì la “Reazione nera” lavorando nella Pia Casa degli Incurabili di Abbiategrasso, divenuto nel 1966, in suo onore, Istituto geriatrico Golgi. E’ certo senza significato, ma colpisce che Abbiategrasso, comune del milanese ai confini col lodigiano, sia stato colpito molto duramente dal Covid19, e che l’ospedale servisse al tempo di Golgi, e ancora oggi è dedicato, a soggetti anziani, malati e abbandonati.

Chi siamo

Viene anche spontanea un’altra riflessione. Questa nuova visione, che l’imprevedibile evento manifesta, tocca ciascuno di noi. E’ come se il lockdown abbia inchiodato in un’immagine fissa “chi siamo”.

Ognuno, nei lunghi periodi di sosta forzata e di estrema chiusura, coglie e guarda una specie di essenza di sé. Scopre una qualità fra tante che in gran parte lo rappresenta e lo specifica: solo, in compagnia, fragile per la precarietà di lavoro, misero, in simbiosi con un famigliare, credente, non credente, pessimista, rabbioso, tranquillo perché ricco, prima ricco e ora in bilico, rassegnato per l’età, dimenticato da chi si credeva amico, accolto da chi si credeva estraneo, e così via, in una sequela di aggettivi che emergono specifici per ciascuno dallo sfondo, e diventano la “propria” sostanza. Siamo costretti a guardarci, con timore e verità. Emerge una qualità che il “tempo sospeso” amplifica. Ecco perché la pandemia suscita un’ondata di angoscia, non solo per i rischi esterni, ma per quelli interni, più profondi e personali.

E’ vero che esiste anche altro dentro la rete, come il tessuto connettivo sano che non veniva colorato dalla reazione: la partecipazione, il soccorso, gli aiuti da un capo all’altro del mondo, la generosità di chi s’immola per gli altri, insomma svariate ricchezze aggiuntive. Ma qui vogliamo soffermarci sulla trama nera che fa emergere i fili costitutivi di un assetto malfermo, costruito con superficialità dagli uomini e rispetto a cui alcune risposte appaiono disfunzionali.

Il buonismo non serve, perché spesso nega la reazione nera e vorrebbe ritornare a quella indistinta sfumatura grigia che sommerge le contraddizioni.

Non serve neanche il pessimismo, che immagina nera tutta la situazione, diventando un’altra faccia della negazione: togliere alla visione l’utilità delle sue sinapsi.

Maturo è restare a osservare, indagare la trama evidente, fare diagnosi delle rotture, sentirle in tutto il loro dolore, accettare la testimonianza di cui sono spia, assumersene le responsabilità, per essere in grado di studiare come ripararle.

E allora cosa significa tutto questo per noi psicoterapeuti? Possiamo trarre bandoli di strade nuove? Avvallare intuizioni precedenti? Credo di sì.

Per gli psicoterapeuti

Innanzitutto ritengo che i professionisti della psiche debbano posizionarsi dentro una visione a grand’angolo, che metta al centro la relazione tra l’individuo e il suo mondo, ben sapendo che gli eventi storici si insinuano nell’immaginario dei singoli, attraverso il rispecchiamento introiettato.

Ogni uomo, così ogni nostro cliente, è immerso nel clima moderno, dove vige l’interdipendenza e la frammentazione, come sostengono molti studi sulla globalizzazione, e di cui la pandemia è figlia.[1]

Fermiamoci a riflettere. Forse anche i singoli individui, immersi in tale flusso, sentono di dover dipendere, senza capire bene da chi e da cosa, pervasi da una specie di forza simbiotica che li lega e contro cui spesso lottano. Non a caso notiamo nel nostro lavoro una quantità di disturbi legati alla dipendenza, da sostanze, da persone, da ideali, da beni materiali. Nello stesso tempo il senso di frammentazione che ne deriva impone difese centripete e conservatrici. Esempio ne sono, forse, i crescenti disturbi d’ansia e di panico, i sintomi da dissociazione fobica, l’abbarbicarsi a difese arcaiche di personalità, proprio in momenti della vita “esposti” alle verifiche e alla fluidità dell’insicurezza.

Quindi è bene che gli psicoterapeuti rispolverino le teorie della psicologia sociale, che sono andate in disuso, sovrastate dal prevalere di teorie psicodinamiche individuali. La terapia deve tener conto di questa necessità moderna: di fronte a interdipendenza e frammentazione, l’uomo ha bisogno di rafforzare la cooperazione e il controllo. Nella psicoterapia, luogo a sua volta di cooperazione e di controllo (pensiamo alla OKnesse di Berne e alla sua teoria “democratica”, per dare all’altro il dono del controllo paritario e consapevole), può essere di grande sostegno terapeutico abbandonare qualcosa della sicurezza intrapsichica e rischiare le strade della dimensione collettiva.

Come seconda considerazione, circa il nostro lavoro, sono convinta che gli psicoterapeuti debbano mostrarsi in grado di stare dentro l’incertezza esistenziale, in quanto tale condizione è oggi globale, viva e inevitabile, più che in altri periodi. E non solo perché viviamo in una società “liquida” rispetto ai valori, ma perché la natura, che credevamo di aver domato, si riprende il posto di padrona delle nostre vite. Ricordo lo stupore inquietante al mio primo viaggio in Africa: lasciavo un continente dove dominava l’uomo, e entravo in un altro continente dove dominavano le forze naturali, l’uomo era solo un puntino.

Così ci sentiamo oggi, sbattuti nel vento dell’imprevedibilità della materia, spezzati da microscopici ospiti, che viaggiano secondo il loro destino animale, incuranti degli esseri “evoluti” che colonizzano. Questa è l’altra trama nera, che la pandemia evidenzia: la nostra fragilità biologica. Il corpo. Effimero, caduco, malato, eppure unico strumento di vita e di relazione. Nudo di fronte alla violenza della forza universale, e unico suo conoscitore. Forse la terapia non deve mai dimenticarlo, ma saper vivere fino in fondo lo scambio che il corpo sollecita, accoglierne con delicatezza i messaggi, accarezzarne le risorse, ascoltarne la storia e soprattutto condividere il dolore delle sue contraddizioni, essendo l’eroico baluardo tra la vitalità e il silenzio.

Per concludere ricordo che lo scienziato spagnolo Ramòn y Cajal, coetaneo di Golgi, che ne perfezionò il metodo e per cui meritò anch’egli il Nobel nel 1906, faceva una considerazione sulle reazioni ottenute dopo le loro scoperte “Ho esposto la sorpresa che ho sperimentato dopo aver visto con i miei occhi i meravigliosi poteri rivelatori della Reazione cromo-argento, e l’assenza di qualsiasi emozione nel mondo scientifico suscitato dalla sua scoperta”.[2]

Questa è la paura: che lo sconvolgimento lasci nel mondo un rinnovamento inferiore alla sua devastazione, che la lezione impartita al mondo non venga assimilata. L’animo umano torna troppo in fretta all’equilibrio precedente, e fatica a cambiare.

Contro questo rischio servono anche le piccole riflessioni di ciascuno, condivise umilmente con i colleghi, al fine di tessere una rete, questa volta bianca, di coscienze critiche.

Bibliografia

Cajal R., Historia de mi labor científica, Moya, Madrid, 1917

Cajal R., Vida pensamiento y obra, Planeta DeAgostini, Madrid, 2008

Dominici P., Globalization and Complex Connectivy are the Empirical Condition ef the Interconnecred Society, Nova 100, Il Sole 24 ore, 29-12-2014

Siti consultati

www.pierodominici.nova100.ilsole24ore.com:  Globalizzazione e attività complessa

www.wikipedia.org  Metodo del Golgi


[1] Piero Dominici, Ricercatore Dipartimento Filosofia, Scienze Sociali, Umane e della Formazione, Università di Perugia sostiene che il mondo moderno galoppi verso livelli sempre maggiori di interdipendenza, che a loro volta spingono alla frammentazione.

[2] Cajal Ramòn: Historia de mi labor científica. Madrid: Moya, 1917,

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